Contesto storico

Nel 284 divenne imperatore Diocleziano.

Nel novembre del 285, per far fronte alle difficoltà di gestione dell’impero, che aveva una estensione territoriale vastissima, nominò come suo vice, in qualità di cesare, un valente ufficiale di nome Marco Aurelio Valerio Massimiano, e pochi mesi più tardi lo elevò al rango di augusto, formando così una diarchia in cui i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori. Massimiano prese in carico i territori occidentali, e Roma stessa, Diocleziano i territori orientali, delineando così due Imperi, d’Oriente e d’Occidente.

Però le difficoltà a contenere le numerose rivolte all'interno dell'impero erano soverchianti; quindi, nel 293 si procedette a un'ulteriore divisione funzionale e territoriale, al fine di facilitare le operazioni militari: Massimiano nominò a Mediolanum come suo cesare per l'Occidente, Costanzo Cloro; Diocleziano fece lo stesso con Galerio per l'Oriente, a Nicomedia. La tetrarchia era formata, con due Imperatori Augusti e due Cesari.

Intorno all'anno 300 d.C., Nicomedia (l'odierna İzmit, in Turchia) non era solo una città monumentale, ma il cuore di una regione, la Bitinia, caratterizzata da un paesaggio naturale rigoglioso e strategicamente perfetto, che portò l'imperatore Diocleziano a sceglierla come sua capitale d'Oriente.
Nicomedia sorgeva in una posizione dominante sulla Propontide (il Mar di Marmara), precisamente in fondo a un golfo profondo che offriva un porto naturale eccezionale.
La città era circondata da un territorio montuoso ma intervallato da vallate estremamente fertili, e le aree circostanti erano ricche di risorse idriche, essenziali per alimentare le grandiose terme, le fontane (ninfei) e le cisterne romane della capitale.
Tre grandi acquedotti convogliavano l'acqua dalle alture circostanti verso il centro urbano.
A breve distanza si trovava il lago di Nicea (oggi lago di İznik), un altro polo naturale e agricolo cruciale per la regione.

La Bitinia era celebre nel mondo antico per la sua esuberanza vegetale: fitte foreste, terreni fertili. Le montagne intorno a Nicomedia erano coperte da fitte foreste che fornivano legname pregiato, fondamentale per i cantieri navali romani situati sulla costa e le pianure circostanti erano sfruttate per un'agricoltura intensiva che sosteneva una popolazione urbana stimata tra i 100.000 e i 200.000 abitanti. Si coltivavano cereali, viti e ulivi, tipici del clima mediterraneo della zona.

In quegli anni la regione godeva del cosiddetto Periodo Caldo Romano, un'epoca di relativa stabilità climatica, con inverni piuttosto miti e umidi, le piogge concentrate tra l'autunno e la primavera, ed estati calde e secche, mitigate però dalla brezza marina del golfo.
Queste condizioni favorevoli permisero una grande espansione demografica e agricola, rendendo Nicomedia una delle "quattro grandi città" del mondo antico insieme a Roma, Antiochia e Alessandria.

Il mare non era solo una via di comunicazione, ma una risorsa primaria: il golfo di Nicomedia era pescosissimo e le attività legate al mare erano così centrali da apparire frequentemente sulle monete locali dell'epoca, che raffiguravano navi e simboli marittimi.
Affacciandosi dalle terrazze dei palazzi imperiali o dalle alture che cingevano Nicomedia nel 300 d.C., lo sguardo si apriva su uno dei panorami più dinamici e lussureggianti dell'Impero.
Davanti alla città si distendeva il profondo golfo della Propontide, un braccio di mare dalle acque calme e di un azzurro intenso, quasi protetto come un lago dalle colline circostanti. La costa non era una linea deserta, ma un susseguirsi vivace di ville patrizie dai tetti in tegole rosse e porticati bianchi, immerse in giardini curatissimi che degradavano dolcemente verso il bagnasciuga.
Sulle acque del golfo, il movimento era incessante: le vele quadre delle onerarie cariche di grano e marmo si incrociavano con le agili triremi della flotta imperiale, le cui prue dorate riflettevano la luce del sole. Il porto, cuore pulsante della capitale, appariva come una foresta di alberi maestri, circondato da banchine in pietra viva dove il viavai degli scaricatori non conosceva sosta.

Tutt'intorno, la natura era un'esplosione di vigore. Le pendici dei monti che abbracciavano la città erano coperte da boschi fittissimi di querce e faggi, il cui verde cupo contrastava con l'argento degli uliveti e il verde più chiaro dei vigneti che risalivano i terrazzamenti. Nelle giornate limpide, l'aria profumava di resina proveniente dai cantieri navali e di salsedine, mentre all'orizzonte, verso occidente, il mare sembrava congiungersi al cielo in una foschia dorata che nascondeva la via verso Bisanzio.
Era un paesaggio che comunicava ordine, ricchezza e potenza: una perfetta fusione tra la natura selvaggia delle foreste bitiniche e la raffinata ingegneria di una metropoli che Diocleziano voleva superiore persino a Roma.

Allontanandosi dalla città ci si lasciava alle spalle il marmo bianco dei fori e il clamore dei mercati per addentrarsi quasi subito in un mondo d’ombra e di silenzio. I sentieri che risalivano le colline alle spalle di Nicomedia erano antiche direttrici tracciate per collegare la capitale alle miniere, alle cave e alle fitte riserve di legname della Bitinia.

Il primo tratto del cammino attraversava una fascia di natura addomesticata. I sentieri, inizialmente larghi e lastricati, serpeggiavano tra uliveti argentei e vigneti curatissimi. Qui l'aria era calda e vibrava del ronzio delle cicale; si incrociavano contadini con muli carichi di ceste di fichi o otri di vino diretti verso le porte della città.

Man mano che la pendenza aumentava, il paesaggio cambiava bruscamente.

Le Grandi Ombre: I sentieri si restringevano, diventando piste di terra battuta e aghi di pino. Si entrava sotto la volta di foreste primordiali di querce maestose, faggi e castagni che oscuravano il sole anche a mezzogiorno.

Il Suono dell'Acqua: Il silenzio della selva era interrotto solo dal fragore dei torrenti che scendevano impetuosi verso il golfo. Lungo questi corsi d'acqua, i sentieri affiancavano spesso i monumentali acquedotti di Diocleziano, le cui arcate in pietra emergevano tra la vegetazione come scheletri di giganti.

Più in alto, la natura diventava quasi opprimente per un cittadino dell'epoca. Il sottobosco era un intreccio di felci e rovi, dove l'umidità rendeva le rocce scivolose. In questi sentieri non si cercava lo svago, ma risorse:
si potevano incontrare i taglialegna (carbonai), i cui accampamenti fumosi segnavano le radure dove si preparava il combustibile per le terme cittadine.

Era un territorio di caccia: tra le ombre si muovevano cinghiali, cervi e, secondo le cronache del tempo, persino orsi e lupi che rendevano pericoloso avventurarsi troppo lontano senza scorta.

Dall'alto di questi sentieri, voltandosi indietro, la vista era mozzafiato: Nicomedia appariva minuscola, un mosaico di tetti e porticati bianchi schiacciato tra il muro verde della foresta e l'azzurro infinito della Propontide.

Seguire il percorso di un acquedotto nel 300 d.C. significava camminare accanto a una delle più grandi imprese d'ingegneria del mondo antico. A Nicomedia, l'acqua non era solo una necessità, ma un simbolo del potere imperiale di Diocleziano.
Tutto iniziava molto in alto, tra le gole umide delle montagne bitiniche. Qui, dove la roccia trasudava acqua purissima, gli ingegneri romani avevano costruito dei captatori: vasche in pietra che raccoglievano le sorgenti sotterranee. Il sentiero dell'acquedotto partiva da qui, seguendo una pendenza calcolata al millimetro per far scorrere l'acqua solo grazie alla forza di gravità.

Scendendo verso la città, il canale (lo specus) non era sempre visibile. Per lunghi tratti, il sentiero correva sopra un condotto interrato, segnato solo da piccoli sfiatatoi in pietra che spuntavano dal terreno come funghi. Poi, improvvisamente, il sentiero si interrompeva davanti a un vallone profondo. Qui l'acquedotto balzava nel vuoto su arcate sovrapposte, alte decine di metri. Camminare lungo il camminamento superiore di questi ponti, circondati dal verde delle querce, dava la sensazione di volare sopra la foresta.
Il "Castellum Aquae": avvicinandosi alle mura di Nicomedia, il rumore dell'acqua diventava un rombo sordo. Il condotto entrava in grandi serbatoi di smistamento, i Castelli d'Acqua. Da qui, come un sistema circolatorio, l'acqua veniva divisa in tubature di piombo o terracotta prendendo diverse destinazioni.

La priorità assoluta erano le Terme Imperiali. Fiumi d'acqua alimentavano le vasche calde e fredde dei palazzi di Diocleziano. In second'ordine le Fontane Pubbliche (Ninfei): monumenti di marmo che rinfrescavano l'aria dei fori, dove i cittadini raccoglievano l'acqua con anfore di terracotta.
Infine, le Cisterne: enormi cattedrali sotterranee con colonne di marmo, riserve vitali in caso di assedio. L'acqua che usciva da questi acquedotti era così abbondante che, dopo aver lavato la città, finiva nel porto, contribuendo a mantenere pulite le banchine della Propontide.

La manutenzione degli acquedotti di Nicomedia era una priorità di Stato, gestita con una precisione quasi militare sotto la supervisione del curator aquarum. Data l'importanza della città come capitale imperiale, qualsiasi interruzione del flusso era considerata un'emergenza. Il lavoro era organizzato minuziosamente.

Lungo il percorso si incontravano i Circitores, operai specializzati che pattugliavano costantemente i condotti. Erano delle squadre di intervento immediato. Il loro compito era individuare perdite o infiltrazioni di radici che potevano spaccare la muratura. Spesso erano schiavi imperiali o distaccamenti di soldati della Legio I Pontica, di stanza nella regione, poiché le infrastrutture idriche erano considerate obiettivi strategici.

Il problema principale non era la rottura, ma l'incrostazione. L'acqua delle montagne bitiniche, ricca di minerali, depositava strati di calcare all'interno dello specus (il canale). Per facilitare i controlli, erano stati previsti dei pozzi di ispezione, ogni cento metri circa, i cosiddetti putei, pozzi verticali che permettevano agli operai di calarsi nel condotto.

La pulizia era ovviamente manuale: armati di picconi e raschietti, gli operai entravano nel tunnel per asportare le croste calcaree, lavorando in spazi angusti e bui, illuminati solo da lucerne a olio.

Sui grandi ponti ad arco che scavalcavano le valli, la manutenzione era acrobatica: per riparare le fessure esterne causate dagli sbalzi termici, venivano montati ponteggi in legno ancorati direttamente alla pietra. Le fessure venivano sigillate con l’opus signinum, una malta idraulica resistentissima fatta di calce e polvere di laterizio, che conferiva all'interno del canale un tipico colore rosato.
In caso di siccità o guasti gravi, i manutentori azionavano enormi saracinesche in bronzo per deviare il flusso verso le cisterne di riserva della città, garantendo che i palazzi di Diocleziano e le terme non restassero mai all'asciutto, a costo di razionare l'acqua nei quartieri popolari.

I Circitores non cercavano solo perdite naturali, ma anche allacci abusivi (chiamati fistulae) nascosti nel sottobosco o sotto il terreno. Sotto il regno di Diocleziano, il furto d'acqua (detto fraus aquarum) era considerato un crimine gravissimo contro lo Stato, poiché minacciava la stabilità della capitale e il funzionamento delle imponenti strutture imperiali. Le punizioni e i controlli erano severi e strutturati per colpire sia i cittadini comuni che i funzionari corrotti, per chi deviava l'acqua pubblica verso terreni privati senza autorizzazione, le multe potevano raggiungere cifre esorbitanti, come 100.000 sesterzi per danni strutturali o migliaia di denari per prelievi illeciti. Non solo, se un proprietario terriero veniva sorpreso a forare il condotto (specus) per irrigare i propri campi, lo Stato poteva confiscare il terreno adiacente all'acquedotto.

In epoca tardo-antica le pene divennero ancora più aspre. Per i reati più gravi contro le infrastrutture pubbliche, si poteva incorrere nella fustigazione, nei lavori forzati o, nei casi di sabotaggio che mettevano a rischio la città, persino nella pena di morte.

Per evitare che i privati prelevassero più acqua del dovuto, si usavano dei tubi di bronzo chiamati quinariae. Questi dovevano essere punzonati con il sigillo imperiale per attestarne la dimensione legale. Qualsiasi tubo non marchiato o di diametro superiore era prova immediata di furto.

Persino l'uso dell'acqua di scarto, quella che traboccava dalle vasche, era strettamente regolamentato. Era detta "Aqua Caduca", e chi la vendeva illegalmente, come spesso facevano gli acquaioli corrotti, rischiava sanzioni severissime.
Questo sistema di controllo garantiva che il lusso delle Terme di Diocleziano a Nicomedia non venisse mai meno a causa dell'avidità dei privati.

I Castelli d'acqua di Nicomedia erano il "cervello" idrico della capitale: massicci edifici di mattoni e pietra, spesso parzialmente interrati per mantenere l'acqua fresca, situati nei punti più alti della città.
L'interno appariva come una cattedrale funzionale. L'acqua dell'acquedotto entrava in una vasta camera di decantazione dove la velocità del flusso rallentava, permettendo ai sedimenti e alle impurità portate dai monti di depositarsi sul fondo. L'aria era gelida e satura di umidità, risonante del fragore costante delle cascate interne. Dal bacino principale, l'acqua passava attraverso tre grandi condotti distinti, posti a altezze diverse per gestire le priorità in caso di siccità.

La pulizia dei fondali del Castellum Aquae e delle grandi cisterne di Nicomedia era un’operazione di manutenzione straordinaria che richiedeva una pianificazione millimetrica, poiché non si poteva lasciare la capitale imperiale senz'acqua per troppo tempo.

Non si svuotava mai tutto l'impianto contemporaneamente. Grazie a un sistema di saracinesche in bronzo o paratie in legno rivestite di piombo, l'acqua veniva deviata su canali secondari o cisterne di riserva. Il bacino da pulire veniva isolato e l'acqua residua fatta defluire attraverso i condotti di scarico posti sul fondo (cataractae).
Una volta che il livello dell'acqua scendeva a pochi centimetri, entravano in gioco squadre di schiavi specializzati e operai pubblici, gli Acquarii.
Il fondo dei bacini era coperto da un fango denso fatto di terra, aghi di pino e detriti organici portati dai boschi della Bitinia. Veniva raccolto con grandi pale di legno e secchi di cuoio.
Le pareti in opus signinum (l'intonaco impermeabile rosato) venivano raschiate con spazzole di saggina dura e raschietti metallici per rimuovere le incrostazioni calcaree e le alghe che potevano alterare il sapore o la purezza dell'acqua.
Con il bacino vuoto, il curator (il supervisore) entrava con delle lucerne a olio per cercare lesioni nella struttura. Se avessero trovato crepe causate dal peso dell’acqua o da piccoli assestamenti sismici (frequenti nella zona di Nicomedia), sarebbero intervenuti immediatamente con nuova malta idraulica a presa rapida.
Prima di riaprire le paratie, il fondo veniva lavato con acqua pulita per trascinare via gli ultimi residui verso le fogne della città. Solo quando le pareti "splendevano" di nuovo del loro colore rossastro, si permetteva all'acqua delle montagne di riempire nuovamente la "cattedrale" sotterranea.
Questa operazione garantiva che l'acqua che sgorgava dai Ninfei monumentali della città fosse sempre limpida e fresca, come se fosse appena uscita dalla roccia della foresta.

I ninfei a Nicomedia erano molto più di semplici fontane: erano monumenti scenografici colossali, vere e proprie "mostre d'acqua" che celebravano la generosità dell'imperatore e la potenza della capitale.
Il termine deriva dalle Ninfe, le divinità delle sorgenti, e originariamente indicava grotte naturali sacre; nel mondo romano di Diocleziano, erano diventati capolavori di architettura urbana.

Un ninfeo imperiale aveva una facciata monumentale, simile a quella di un teatro, alta anche due o tre piani. Era composto da nicchie semicircolari e rettangolari, separate da colonne in marmi colorati (spesso il pregiato marmo pavonazzetto o il marmo locale di Proconneso). All'interno delle nicchie svettavano statue di divinità, eroi o della famiglia imperiale, dalle cui basi l'acqua sgorgava incessantemente. L'acqua non usciva da un unico rubinetto, ma cadeva a velo sulle pareti marmoree o zampillava da bocche in bronzo a forma di teste di leone o delfini, raccogliendosi in ampie vasche di marmo bianco alla base.
Il ninfeo non serviva solo ad abbellire i fori o gli incroci principali, era qui che la gente comune, che non aveva l'acqua corrente in casa, veniva a riempire le anfore. Inoltre, in estate, l'enorme massa d'acqua in movimento creava un microclima fresco, rendendo sopportabile il caldo umido del golfo della Propontide.
Avevano anche una funzione di propaganda, celebrando la potenza dell'imperatore, in grado di sottomettere la natura delle montagne per portarla ai piedi della popolazione.

Nicomedia era una città ricca, dove era anche possibile trovare del ghiaccio, considerato un bene di estremo lusso, e riservato alla corte imperiale di Diocleziano e alle famiglie più abbienti.
I Romani avevano sviluppato tecnologie avanzate per la raccolta e la conservazione della neve e del ghiaccio.
Questo ovviamente non veniva prodotto artificialmente, ma "raccolto" in natura: la neve veniva prelevata in inverno dalle vette dei monti della Bitinia (come l'Olimpo Misio, l'odierno Uludağ, visibile dalla regione) o dalle alture del massiccio di Samanlı. Successivamente la neve veniva pressata duramente per trasformarla in ghiaccio e poi avvolta in spessi strati isolanti di paglia, segatura o pula per essere trasportata a valle su carri veloci. Una volta in città, il ghiaccio veniva stoccato in apposite strutture chiamate ghiacciaie o neviere, profonde fosse sotterranee, spesso scavate nella roccia o costruite con spesse pareti in muratura, rivestite internamente con materiali isolanti (paglia o sughero) per ridurre la dispersione termica. Un sistema di drenaggio sul fondo permetteva all'acqua di scioglimento di defluire, mantenendo il blocco di ghiaccio asciutto e duraturo anche durante la torrida estate del golfo.

15 novembre 291 (forse)
Una nave da guerra della marina romana, una liburna imperiale, mentre era nel mezzo del Canale d'Otranto,  venne sorpresa da una tempesta. Ma l'emergenza vera era a bordo, dove una giovanissima matrona romana stava affrontando un parto prematuro che su una nave da guerra è una condanna a morte quasi certa per la madre, il bambino o entrambi. Non questa volta, però, sia la madre che il bambino arriveranno a Nicomedia.
Mentre la nave rollava paurosamente, il vagito del neonato ruppe il fragore delle onde. Un suono debole, quasi soffocato. Un maschio, nato troppo presto, con la pelle bluastra.

23 febbraio 303
L'alba del 23 febbraio 303 a Nicomedia non fu una mattina qualunque: fu l'inizio della Grande Persecuzione contro i cristiani. Quello era il giorno dei Terminalia, la festa del dio Termine che segnava la fine dell'anno religioso romano, scelta simbolicamente da Diocleziano e Galerio per "porre fine" al cristianesimo.
Mentre il primo chiarore appariva dietro le montagne della Bitinia, e la nebbia umida del golfo della Propontide avvolgeva ancora i moli del porto, il silenzio dei sentieri boscosi fu rotto dal calpestio ritmato dei calzari militari. La chiesa dei cristiani era situata in una posizione prominente e visibile da tutto il centro urbano.
 L'ordine fu di distruggere la chiesa, e di bruciarne tutti i testi sacri.
Appena la luce del sole colpì i marmi dei ninfei, il Prefetto del Pretorio marciò con i suoi uomini verso l'edificio sacro. Le porte vennero abbattute. I soldati cercarono l'immagine della divinità (senza trovarla, con loro grande sorpresa) e bruciarono i libri sacri.
Gli arredi preziosi furono portati via, mentre la folla di Nicomedia si accalcava lungo le strade, divisa tra il timore e la curiosità.
Diocleziano, temendo che un incendio potesse propagarsi ai palazzi vicini, ordinò ai Pretoriani di abbattere la chiesa. In poche ore, con picconi e asce, l'edificio fu raso al suolo.
Dalle alture della città, dove sorgeva il palazzo imperiale, Diocleziano e il suo cesare Galerio osservavano la scena.
Quella notte a Nicomedia fu segnata da un’atmosfera di tensione elettrica, i cristiani venivano scacciati dai palazzi imperiali ed il terrore risaliva i sentieri boscosi, uniche vie di fuga disponibili.

Il giorno dopo, il 24 febbraio, venne affisso il primo editto ufficiale: i cristiani perdevano ogni diritto civile e le loro assemblee venivano proibite.